La Metafisica dei tubi.

una recensione di Eleonora Cugini artisticamente

Non si tratta di un punto di vista fantastico, ma Amelie Nothomb, nel suo romanzo “La Metafisica dei Tubi”, riesce a restituire uno sguardo ricco di prospettive e del tutto realistico sui primi anni di vita di una bambina.

Fin dai primissimi giorni della nascita, attraverso i primi tre anni di vita, il punto di vista è affidato alla voce narrante della protagonista, che con un realismo spietato ma ricco dell’immaginazione e della boria che solo un bambino può avere, riporta tutto il proprio mondo interiore su quello esteriore, che gli appare così imbarazzante con le sue regole, spesso ipocrite e incomprensibili. La bambina, protagonista del romanzo, è convinta in principio di essere prima un tubo, poi una pianta. Uscirà da quello stato vegetale quando un evento che ha del miracoloso si presenta nella sua vita: la nonna paterna, dal Belgio, va fino in Giappone per farle visita e le farà assaggiare una tavoletta di cioccolato bianco. La bambina per la prima volta prova piacere. Così inizierà la sua vita.

Da quel momento, penserà di essere dio.

Tutto ciò che la bambina vivrà da quel giorno, sarà un susseguirsi di scoperte, tutte legate al piacere, spesso legate al dolore. E queste ultime saranno le più incomprensibili. Infatti ne risulta che non ha coscienza del male, ma solo del “piacevole” e del “doloroso”, e quest’ultimo le si presenta sempre come irrazionale.

Si scontrerà anche per la prima volta con la sua sessualità, contestualizzata nella società giapponese della seconda metà del novecento. Terrà nascosto ai genitori, per non imbarazzarli, di saper già parlare e conoscere parole e concetti complessi, scegliendo accuratamente quali parole pronunciare per prime e con quale ordine e in quale occasione.

E’ quasi impossibile staccare gli occhi dal libro e interromperne la lettura, soprattutto perché al sarcasmo e al cinismo della bambina, corrispondono anche tutta la gioia e il desiderio di scoperta così vergini, ingenui e semplici, che tutto risulta ricco di una dolcezza davvero atavica, senza essere mai leziosa né noiosa.

La capacità di mettersi dal punto di vista della bambina, di saperne indagare così approfonditamente le reazioni, i pensieri, i giochi, compresi quelli mentali, la sua immaginazione e il suo realismo, ha qualcosa di magico da parte dell’autrice, che sembra davvero che riesca a riportare il lettore alla sua infanzia.

E’ senza dubbio un libro che dovrebbe trovarsi in ogni libreria di ogni casa.

2 febbraio 2013
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