Troppi diamanti poca merda

interpretare artisticamente

Generazione di precari, di eterni giovani, di ceti senza classe, senza classi. La generazione degli anni ’90, quelli coi nonni partigiani e con Beverly Hills 90210, quelli che l’anno prima la maturità era in sessantesimi e poi la commissione tutta interna col voto in centesimi, quelli dei collettivi, quelli che si ricordano la ddr che giocava a Italia ’90. Quelli di Bandiera Rossa e poi il PD. Una generazione cresciuta a metà tra gli hippy e yuppies. Cresciuti a suon di periodi ipotattici per poi ritrovarsi a pensare claim di soggetto e predicato, il complemento solo se è una ong. Altro che ipotassi. Una generazione che forse aveva il 486 e ora si indebita per l’ultimo smartophone, che compra un mac per leggere la posta. Una generazione cresciuta a suon di umanesimo, musica pop, cantautori, le siringhe nel parchetto, cresciuti a suon di “se ti poni un obiettivo potrai raggiungerlo”. Una generazione che ha pagato tutto il prezzo delle due rivoluzioni borghesi degli ultimi secoli, quella francese e quella del ’68, i cui figli leggono PPP, come lo chiamano, mascherandosi da gondolieri. E da lì via, da Valle Giulia direttamente a San Francisco. Sennò l’Australia.
Senza passare da Berlino.
Poi gli ideali, i sogni, le stelle sul tetto, le chitarre e le birre da casa. Poi i profili in controluce ché non era vero ma posso rincontrare l’amico delle elementari. Scoprire che è più fico di te e come avrà fatto mai? Era il più sfigato. E allora la laurea ma anche la professione, ché se mi pongo un obiettivo potrò farcela. E allora scopami così ce la fai. Lo spettacolo anche per quelli che avevano letto Debord e per questo erano rappresentanti di un istituto, istituito a suon di troppi figli e pochi fiori. Perché l’anticoncezionale no, ma nemmeno la merda.
Almeno i diamanti.

 

 

15 luglio 2014
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