Genova

interpretare politicamente

Non ho mai scritto niente su Genova. Non ci sono mai riuscita. Sono giorni che ne sento l’urgenza, ma comunque anche adesso che mi sono decisa sento le mani intirizzite, gli occhi gonfi di immagini e lacrime e lo stomaco sottosopra. Quattordici anni fa. Quattordici anni sono tanti, e io ero piccola, ma abbastanza grande per ricordare oggi e per capire allora. No, Genova non si dimentica, anche se non se ne parla tutti i giorni, anche se non ti perseguita con la presenza. Genova è un’assenza disarmante, totale, definitiva. A Genova è crollato tutto: si è rotto l’idillio, sono evaporati i “piccoli comunisti crescono” dei licei classici romani e milanesi, si è frantumata la pace post murum. 
Noi rampolli degli anni ’90 non ci abbiamo mai creduto alla storia della polizia buona che ti tiene al sicuro… al sicuro da chi? E chi ci tiene al sicuro da loro? Ricordo che ero piccola, facevo le medie, quando per la prima volta ebbi chiaro che avevo paura della polizia: stavo con una mia amica che mi chiese perché, in fondo loro erano quelli che dovevano proteggermi. Finì con qualche battuta sulla mia coscienza sporca… ma soprattutto credo che finì la nostra amcizia, considerando che neppure mi ricordo chi fosse.

Ricordo quel giorno, davanti alla televisione. Fermi, immobili, increduli… tutta la mia famiglia si fermò davanti a quelle immagini sconvolgenti, terribili, disumane.
Ricordo il dibattito che ne uscì con i miei amici, era estate, io ero in vacanza al paese di montagna dove andavo ogni anno: ricordo che io e Giada, e Antonio e Laura e Fabrizio e Lamberto eravamo disperati, terrorizzati, arrabbiati. Gli altri non capivano, non sapevano, non ci arrivavano, perché erano già stati sedati. Erano quelli che già avevano puntato tutto sulle droghe, o che avrebbero puntato tutto sull’automobile e sul lavoro. Ricordo il treno fermo a Firenze.

Ricordo che ho pianto. E oggi ancora piango. La parola “Bolzaneto” mi irrigidisce, mi suona come una minaccia, mi fa pensare allo stupro, a Franca Rame… che c’entra? C’entra.

Genova no, non la dimenticheremo mai, non preoccupatevi. Ce l’avete scolpita bene negli occhi e nel cuore. Non temete. Ce la ricordate con Stefano, con Federico, con ogni internato politico degli opg. Genova noi non ce la dimentichiamo. Non è la sentenza del tribunale dei diritti umani che ce l’ha ricordata, ci viene ricordata ogni giorno con la retorica sulla sicurezza, con la faccia di merda del potere che chiama libertà la solitudine, con l’assenza totale di focolai di rivoluzione, con la presenza sdoganata dei talent, con la paura. Ce la ricordate tutti i giorni con la paura.

Ancora con la storia della democrazia? L’unica cosa rappresentabile è la vostra faccia al posto delle chiappe. Le mie. A Genova c’eravate anche voi, esecutori e mandanti: vi auguro di tornarci ogni notte, vi auguro l’ossessione della puzza del sangue e delle urla, vi auguro di bere a piene mani la vergogna di non essere mai riusciti a essere umani.

Vi auguro di essere morti prima della rivoluzione.

17 aprile 2015
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