Grandma straight edge

trasformare politicamente

E’ un ricordo come fosse sempre, come fosse ieri, un ricordo che è presente e ostinato, un’ossessione. Ricordo che la valigia era tra noi ed era un oggetto tanto estetico quanto pieno di significato. La valigia di nonna, quella che sa di passato e di passato di verdure, di novellini, di rimedi buffi e antichi, di un accento di paese pieno di odori troppo forti e troppo acri per essere dimenticati facilmente. Ricordo che eri là, con i tuoi occhi antichi, con le tue mani antiche, che cercavano le mie, antiche come le tue, le cercavano senza superare il confine di quella valigia, un confine dialettico… mi sia concesso. Tanto antiche che nessuno avrebbe mai potuto crederci. Nessuno.
Non il tuo migliore amico, il mio migliore nemico, la nostra migliore amica. Nessuno. Le persone non sono felici, sono invidiose, per questo non riconoscono né i grandi classici né gli eroi. La malattia del post-moderno, la determinazione della fine della filosofia, o della storia o… della classicità, sì, insomma di omero, di quelle cose che poi uno si deve ritrovare a dire che erano fascis… ecco, insomma, il non poter non riconoscere un ideale è dovuto alla frustrazione dell’invidia, della regola eteronoma. Come se riconoscersi e rispettarsi potesse affondare le proprie radici sul relativismo, o l’individualismo…

Bisogna stare insieme. E no, non era troppo presto. Era troppo tardi. Stare insieme ti rende reale.

Io credo nella valigia di nonna, nei tuoi occhi, nell’odore dei quadrucci. Che oggi nemmeno mangerei perché non mangio carne, ma forse quella di nonna sì. Nel senso di quella che cucina nonna… Ecco, forse vorrei essere “grandma straight edge”, con quei profumi, quell’eleganza antica, quel pudore, quel riconoscere la verità in pratiche romantiche. Sì, sono romantica. E ti amo.

17 aprile 2015
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